Cesare è un distinto signore di 94 anni e vive nel mio palazzo da quando è stato costruito, nel 1924. Alto allampanato, abbigliamento sempre sui toni del verdino e del beige. Ho fatto un conto a spanne: è in pensione più o meno da quando io ho cominciato a versare contributi.
Memoria storica e lucida, ironico, colto. Scrive libri e saggi con la curiosità del ricercatore e una modernità culturale sorprendente. Per se stesso, soprattutto. “Perché altrimenti mi annoio”, mi confida. Ma talvolta anche qualche editore lo ha pubblicato. Non lo incontro mai, esce poco e in orari differenti dai miei. Alle riunioni di condominio traccheggia e taccagna sul centesimo (credo, però, che non se la passi benissimo), è puntiglioso, ogni decisione un parto. Un atteggiamento scostante, talvolta da l’impressione di avere la testa altrove. Il suo appartamento è al piano terra, ingresso separato dal portone principale, un giardino tenuto così così (sarò clemente).
Chissà per quale motivo, mi ha eletta sua amica. Di telefono. E di corrispondenza. E da allora con me ha cambiato musica. Gentile, spiritoso, garbato.
Ha cominciato mettendo nella mia cassetta della posta il suo saggio su Livia Drusilla, moglie di Ottaviano Augusto e quello intitolato ‘Cesare Ottaviano Augusto fu veramente un grande?’. Liquidato con un definitivo “sopravvalutato dalla storia”. Sottotitolo: governava sua moglie Livia. Interessanti spunti di rivisitazione della storia in chiave femminista (forse inconsapevole).
Portamento eretto, l’età non ha sminuito l’altezza. Dal mio balcone lo vedo nel suo giardino osservare i progressi delle piante e subire con rassegnata sopportazione le chiacchiere rumorose della sua assistente domiciliare part time. Le sento nettamente anche io dal mio secondo piano e non è musica per le orecchie di nessuno. Nelle sue risposte poco più che monosillabiche, la saggezza paziente.
Ma Cesare, in nomen omen, è un combattente sulla breccia.
Anticlericale fino al midollo, ateo riflessivo. Mi ha consegnato (sempre nella cassetta della posta) anche un ragionamento scritto a penna, non facilissimo alla lettura, su Maria Vergine. Tesi: era una donna (donnetta) qualunque, povera, ignorante e fondamentalmente muta, visto che di lei non è stata tramandata nemmeno una parola.
Abitiamo in questo palazzo dalla notte dei tempi. Mio padre e mia madre ci sono nati (si sono conosciuti sul pianerottolo) e morti entrambi. Anche mio fratello ed io siamo nati lì. Sono tre generazioni. Quattro con mia figlia.
Ogni tanto, Cesare mi telefona con qualche aneddoto su mio padre. La prima volta mi ha chiesto se potevano darci del tu. Figuriamoci. Cortesie d’altri mondi. Racconta storie di mio padre bambino. I ragazzini del palazzo scorrazzavano sulle scale e – mi pare di capire- ne combinavano di tutti i colori. I tempi di guerra e i tempi di pace. Le armi e gli scherzi. Le bombe e le feste. Il disegno di un palazzo vivo ed entusiasta. Invecchiato anche lui, oggi come oggi.
Qualche giorno fa, mi ha lasciato un estratto del suo ‘Zibaldone di uno scettico’, nel quale racconta la storia tra il vero e il presunto di un certo colonnello anche lui inquilino del palazzo qualche decennio fa. Il bello è che io me lo ricordo, lui. Viveva al piano sopra al mio, dalla parte di mia nonna, con la sorella e la moglie. Un signore impettito, con i denti sporgenti e certi baffetti brizzolati. Cesare ne parla come di un agente dei servizi segreti sotto copertura, con moglie farmacista, trovatagli, secondo lui, dal governo per assicurare il personaggio alla realtà. Secondo Cesare, la moglie -farmacista- uccide la spia con il veleno per godersi l’eredità il prima possibile. Molto divertente, scritto con penna fine, sollecita il sorriso. “Sono anche andato a cercare la sua tomba al Verano, per controllare le date e se era morto davvero”, mi racconta.
Ciò nonostante, non nascondo che talvolta vedere il suo nome sul display mi provoca un sussulto di insofferenza. Poi, però, la conversazione é sempre garbata e interessante e mi pento e mi dolgo della mia asocialità. Nel suo comportamento colgo immancabilmente apertura mentale, interesse per i tempi che corrono. Magari un po’ di solitudine. Niente figli, niente famiglia. Scapolo nel midollo. Non si lamenta mai. Insomma, qualche volta degli acciacchi. E se gli chiedo se soffra il caldo di questo luglio arroventato, mi risponde: “ma no, i muri di questo palazzo sono robusti e mi proteggono. E poi, con le persiane sistemo riscontri di corrente e sto benissimo. Non ho l’aria condizionata, mai sentito il bisogno. Sto benissimo così”. Da (almeno) 90 estati.
P.s.: nemmeno io ho l’aria condizionata in casa e uso finestre e persiane per creare vento interno.
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